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STORIE DI CALCIO puntata n.16 – LE MILLE VITE DI PEPPE SORIA

di Stefano De Cristofaro

Calciatore a tutto tondo, per Giuseppe (Peppe per gli amici) Soria non c’erano differenze sostanziali tra il calcio a undici e il beach soccer, avendo sempre segnato a raffica: sull’erba, sulla terra battuta come in spiaggia.

E a tutti i livelli (regionali, nazionali e persino internazionali), nel corso di una carriera costellata, come detto, da caterve di reti (circa trecento, solo nel calcio a undici), prima dell’inevitabile ritiro dalle scene e la successiva scelta di cimentarsi nelle vesti di allenatore.

 «Ruolo che ricopro già da cinque anni» – sottolinea il diretto interessato, che da giocatore, pur segnando tanto, era una punta estremamente duttile, visto che in quasi trent’anni di una carriera iniziata da giovanissimo (sedici anni) a Termoli, ha saputo adattarsi ad ogni esigenza, con un unico denominatore comune: la velocità in progressione.

«Nei primi anni» – rammenta – «trascorsi tra serie D, C2, C1 e persino B, avendo vestito le maglie di Termoli, Castel di Sangro, Robur Siena, Ortona, Vis Pesaro, Bojano e Forlì, ho avuto modo di toccare con mano cosa fosse davvero il calcio professionistico, togliendomi anche la soddisfazione di partecipare, con la maglia della nazionale di serie D, alle finali europee a Pompei.

Ho girato l’Italia per poi tornare in Abruzzo all’età di trent’anni, calandomi nella realtà dei Dilettanti: davvero un mondo a parte per chi, come me, era stato sino ad allora abituato a determinate regole comportamentali».

L’impatto, comunque, si rivela egualmente positivo tant’è che, nelle sue due prime stagioni vissute con la maglia dell’Atessa, Soria si aggiudica per due volte di fila, caso unico nella pur lunga storia del campionato di Eccellenza, la classifica marcatori, segnando, nell’ordine, ventuno e ventidue reti.

«In realtà» – ribatte il bomber vastese – «secondo i miei dati erano un po’ di più, ovvero ventiquattro e venticinque, ma preferisco attenermi alle statistiche ed evitare polemiche.

Anche perché di quella esperienza ho solo ricordi belli, come dei successivi.

E non parlo a titolo personale ma più in generale, nel senso che a quei tempi la concorrenza nel ruolo era davvero agguerrita e di alto livello.

Per vincere il titolo riservato ai bomber dovevi fare i conti con gente del calibro dei vari Aureli, D’Isidoro o Lalli, per citare i primi che mi vengono in mente ma ce n’erano di altrettanto forti».

Niente male, insomma, per uno che in campo raramente veniva schierato da prima punta.

«È vero» – conferma – perché preferivo giocare a tutto campo, anziché attendere il pallone in area.

Mi capitava spesso, infatti, di partire palla al piede e percorrere anche sessanta metri senza mai fermarmi, al punto che una delle raccomandazioni che gli allenatori erano soliti fare a chi mi avrebbe dovuto marcare era questa “Non farlo partire altrimenti non lo prendi più”.

Frase che mi fa sorridere ma mi rende al contempo orgoglioso.

Ricordi degli anni di Eccellenza? Tanti e tutti belli, come quella volta in cui, contro il Notaresco, riuscii a segnare ben quattro gol nella stessa gara, uno dei quali partendo dalla mia area di rigore per poi arrivare sino in fondo e saltando in uscita anche il portiere…».

Da attaccante atipico ad allenatore il passo è breve…

«Complice un grave infortunio patito nel mio ultimo anno, giocato con la maglia della Val di Sangro.

L’allora presidente Rucci decise infatti di darmi fiducia nel nuovo ruolo e così, eccomi qua».

Cinque anni trascorsi in panchina, tra Eccellenza e Promozione, culminati, la stagione scorsa con la promozione in Eccellenza centrata alla guida della Virtus Cupello.

«Eppure sono rimasto fermo» – sottolinea con una punta di rammarico – «malgrado in tanti dessero per scontata la mia conferma.

A dire il vero lo pensavo anch’io ma evidentemente mi sbagliavo, anche se devo dire che la spiacevole vicenda di cui sono stato protagonista mi ha fatto capire tante cose di questo mondo, che da calciatore mi sfuggivano.

Lo stesso dicasi riguardo al mancato approdo sulla panchina della Vastese, sfumata questa estate per una serie di situazioni che hanno fatto saltare una trattativa che sembrava avviata a una positiva conclusione.

Del resto, e valga anche per il futuro, chi mi conosce sa benissimo che per impegni improrogabili di lavoro, che mi tengono occupato fino alle diciassette, io posso allenare solo dopo quel determinato orario.

Limite peraltro comune a tante altre persone, dato che non sono di certo l’unico ad avere un lavoro, nella vita di tutti i giorni».

Tornando alle note liete, due battute vanno necessariamente spese per il beach soccer, altro grande amore del quasi quarantaseienne (li compirà l’11 marzo prossimo) Soria

«Probabilmente» – conferma – «è in questa particolare disciplina che mi sono tolto le soddisfazioni migliori.

Sia a livello di club (segnando infatti a raffica anche nella massima serie di questa disciplina prettamente estiva, ndr) che con la maglia della nazionale azzurra, per la quale ho avuto l’onore di indossare anche la fascia da capitano, partecipando a svariate competizioni internazionale e addirittura a una finale dei Mondiali.

Senza contare poi l’orgoglio di essere stato inserito, dalla LND, tra le prime sei “legend” della serie A di beach soccer.

È anche per questo, che ai miei ragazzi ricordo spesso una cosa a cui tengo molto, e cioè che al di là dei singoli gesti, come un gol, una parata o una giocata di fino, quel che veramente conta, per chi pratica sport, sono i comportamenti.

Che devono essere sempre improntati alla massima lealtà e correttezza.

Sono quelli infatti a determinare il tuo percorso, lasciando di te ottimi ricordi negli altri: compagni di squadra e avversari».

L’ultimo spazio, altrettanto doveroso, riguarda infine il figlio Nicholas, al quale sembra aver passato il testimone.

«Al di là di quel che riuscirà a fare, resta l’emozione grandissima provata nel condividere con lui un match ufficiale, con la maglia della Futsal Vasto, nelle finali del campionato di serie B di beach soccer, svolte a Viareggio l’anno scorso» – sottolinea in chiusura Peppe Soria, non prima di aver ricordato anche la sua recente esperienza da “telecronista”.

Precisamente quella di “talent”, ovvero di seconda voce nelle telecronache, svolta ai microfoni di Sky e di Dazn.

«In coppia con Peppe Di Giovanni mi diverto tantissimo, anche perché, per la prima volta, posso svolgere il mio compito stando fermo e non, come ho fatto per una vita, correndo da una parte all’altra del campo».